La grande fortuna

Alessandro Litta Modignani

La recensione del libro di Olivia Manning, Fazi, 403 pp., 18,50 euro

Scrittrice di successo del secondo Novecento inglese, ma poco nota in Italia, Olivia Manning è celebre soprattutto per due trilogie: la “trilogia balcanica” e la “trilogia del Levante”. La grande fortuna è il primo di questa serie di sei romanzi, di impianto schiettamente autobiografico, uscito nel 1960.
 

Harriet e Guy, sposi novelli, si trasferiscono in Romania nel corso di un angoscioso 1939. Lui conosce già il paese, in cui insegna inglese; lei invece, con il passare dei giorni, scopre al contempo le bizzarrie balcaniche e quelle del marito. Guy è capace di grandi slanci idealistici, di pericolosi eccessi di generosità, ma anche di un’ostinazione invincibile. La sposina fatica a integrarsi e a tenere in equilibrio il rapporto di coppia, circondata com’è da uno stuolo di personaggi eccentrici e pittoreschi, nobili pretenziosi, fannulloni squattrinati, giornalisti pigri e chiacchieroni.
 

“Certo lei ha sentito la storia del rumeno che passeggia con l’amico tedesco, e gli indica il prezzo di tutte le donne che incontrano. Santi numi, dice il tedesco, ma non ci sono donne oneste da queste parti? Certo, gli risponde il rumeno, ma quelle costano un occhio della testa”.
 

Alla vigilia della Seconda guerra mondiale, la Romania è un paese socialmente fragile, politicamente bloccato, attraversato dalla violenza nazionalista e pervaso da un radicato odio antiebraico. Bucarest è popolata da uno stuolo di contadini affamati e di cenciosi mendicanti. Solo lo spiccato British humour dell’autrice riesce a combinare tragedia e facezia, dando vita a un romanzo perennemente in bilico fra l’incalzare della storia e lo snobismo dei vari personaggi. “Per Bucarest, la caduta della Francia equivaleva alla caduta della civiltà. Tutti credevano che la Francia fosse la culla della cultura, dell’arte e della moda, delle opinioni liberali e del concetto stesso di libertà (…) La vittoria dei nazisti sarebbe stata la vittoria delle tenebre”.
 

In questo contesto, Guy decide di allestire uno spettacolo shakespeariano – splendida metafora dell’Europa che si culla nelle proprie illusioni, a fronte della tragedia ormai incombente. Tuttavia egli esclude bruscamente la moglie dalla scena, mortificandola in una mansione marginale. “Harriet aveva giudicato quella fuga dalla realtà ancor meno giustificabile perché era lui che, nei giorni trascorsi assieme prima della guerra, aveva sostenuto la necessità di una guerra antifascista, una guerra che, Guy lo sapeva, sarebbe calata come una mannaia tra lui e i suoi amici in Inghilterra. Spesso citava i versi di una poesia: ‘E così bevo alla tua salute, prima che il calcio del fucile bussi alla porta’. Beh, il fucile aveva bussato, e Guy dov’era?”. 

 

La grande fortuna
Olivia Manning
Fazi, 403 pp., 18,50 euro

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